giovedì 29 maggio 2014

PERCHE' UN ALBUM GRATIS?

Mi hanno chiesto: "Ma perchè dopo tutto 'sto sbattimento un artista dovrebbe regalare il proprio lavoro?".
Eccovi spiegato perchè il mio nuovo album La valle degli orti nordici è in free-download.

La questione potrebbe essere liquidata in parole povere: non sono io a fare le regole, oggi va così.
Quello che molti non riescono a capire, però, è come mai le cose siano finite ad andare così.

Facciamo un passo indietro: 2007, anno del cambiamento. Fino a quel punto nessuno si era mai spinto a regalare un proprio album. Quanto in precedenza era un'altra epoca, sia per le meno vantaggiose connessioni Internet, sia per il fatto che un buon album indipendente con una distribuzione decente almeno almeno 500 copie le potesse facilmente vendere. Gente come Ape e La Crème, per intenderci, passò brillantemente il traguardo delle 1000, mentre lavori di big dell'underground come Bassi Maestro, CorVeleno eccetera, si dice riuscissero anche ad andare oltre le 4-5mila ad uscita.
Se pensate siano numerini, ricredetevi. Il vostro metro di paragone non devono essere le centinaia di migliaia di copie dei vari Ramazzotti, Vasco e Ligabue; come lo stesso Bassi ci raccontò in una sua ospitata a Streetbeat, 4mila copie per album indipendenti realizzati con quelli che per la discografia italiana erano (e sono) budget microscopici rappresentavano "dei piccoli miracoli, cose che fanno chiedere a molte altre etichette come sia possibile".
Quel che veniva proposto in download gratuito erano tracce singole in veste di appetizer o, timidamente, alcuni demo. Poi, appunto, tutto cambiò.

In un mercato discografico globale che andava indebolendosi a vista d'occhio per causa della pirateria facilitata da connessioni Internet sempre più veloci ed economiche, nel 2007 fece clamore la volontà di un gruppo storico quale i Radiohead di proporre il proprio nuovo album In Rainbows come gratuitamente scaricabile. Se nell'oceano della grande musica questo fu un maremoto, in scala più ridotta capitò lo stesso nello stagno dell'hip-hop nostrano, dove uno dei gruppi emergenti più in vista, gli Huga Flame, agì parimenti.
Radiohead e Huga Flame si trovarono esattamente sullo stesso piano nei rispettivi settori, perché la scelta fu anche sapientemente promossa a livello mediatico, nella cornice concettuale della libertà d'espressione, della libera musica e del "grazie a Internet". Il sottotitolo della faccenda, logicamente mai dichiarato, era un ben più terreno "meglio prima noi che qualcun altro". 

Tanto i colleghi dei Radiohead quanto degli Huga Flame si trovarono catapultati dagli ascoltatori nella schiera di "Quelli che chiedono i soldi", con la domanda di rito che diventò "E perché pagare la musica se loro la regalano?". 
Paradossalmente fu più facile incassare il colpo per i colleghi dei Radiohead che per quelli degli Huga Flame.
Nel dietro le quinte del rap italiano fummo in molti ad impallidire di fronte a tale avvenimento, capendo subito che sarebbe stato il principio di una via senza ritorno. 
Da lì in avanti, infatti, fu una corsa al regalo da parte di tutti. Questo non vuol dire che nessuno riuscì più a vendere nulla, ma che dagli Huga in giù nessuno poté più permettersi di non regalare ed avere risultati, e che dagli Huga in su fu molto più difficile basare la propria carriera puramente sulla musica a pagamento. Infatti molti big dell'underground cominciarono a regalare mixtape, EP oppure vecchi album a più non posso. Tradurre le maggiori possibilità di diffusione in maggiori possibilità di introiti da concerto nel più dei casi non fu un processo così fluido come si volle invece far credere, anche perché da lì a breve, nell'illusione che quella fosse la prossima tappa per la svolta, tanti gruppi emergenti cominciarono a tollerare di non ricevere nemmeno un compenso base (il celebre "rimborso benza") per i propri live. E gli altri fecero molta più fatica ad ottenere il giusto.

Non cado nell'errore di fare discorsi da "per colpa di", perché è vero che certe manovre era solo questione di tempo prima che accadessero. Se vogliamo ripercorrere la storia, però, credo sia innegabile dichiarare che determinati mutamenti (giusti o sbagliati, fate voi) avvennero "per tramite di".
Unitamente al fatto che la musica serva ai più unicamente per riempire il vuoto fra l'orecchio destro e quello sinistro, dubito che nel 2014 -sette anni dopo quegli epocali cambiamenti e con uno scenario saturo di aspiranti artisti- sarebbero più delle dita di una mano le persone disposte a pagare per un album griffato dall'emigrante Matt Manent. 
O no?
ma perchè un artista dopo tutto sto sbattimento dovrebbe regalare il suo lavoro gratis? - See more at: http://www.mattmanent.net/2014/03/piccole-sfighe-di-un-album-indipendente.html#comment-form
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1 commento:

  1. sta storia non la sapevo, anche perchè nel 2007 il rap io lo conoscevo di vista, nel senso che orecchiavo qualche canzone di fibra o di j ax quando passavano in tele o in radio.
    però catapultando il discorso a questi giorni, per me, da ascoltatore, è impossibile stare dietro a tutte la moltitudine di uscite che vengon fuori dal nostro rap; se in un solo anno escono 10-20? 50? 100? prodotti tra ep, mixtape, street album, singoli e dischi più o meno ufficiali, non posso e non voglio spendere così tanti soldi per poi magari considerare solo un decimo di quello che è uscito.

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