lunedì 6 luglio 2015

D'ANGELO A MILANO: UNA QUESTIONE DI MARKETING

D'Angelo sbarca il 7 luglio a Milano.
Svesto i panni del rapper, mantengo quelli dell'ascoltatore e aggiungo gli occhiali da marketer per imbastire il ragionamento che segue, sulla base dei 46 Euro necessari per vederlo.


Punto primo: come ascoltatore mi chiamo fuori.
Non perché l'artista in questione non meriti qualitativamente 46 Euro, ma perché trovo che siano troppi per questo contesto, nonché per esporsi ai rischi classici di un concerto all'aperto, a Milano, a luglio: zanzare a go-go, caldo da schiattare (o temporale a cascata), punti di domanda sull'acustica. Per tutti questi fattori, una tale cifra preferirei metterla per vederlo in un'altra stagione in un club, o qualcosina in più aggiungerei per averlo in un teatro/auditorium come fu per Erykah Badu a Milano tempo addietro. Specie nel caso di D'Angelo, credo che resa ed atmosfera ne gioverebbero: stiamo parlando di musica più da contemplare che da ballare, così come di un cantante che vocalmente ti bussa al timpano più che fartelo saltare (positivamente) come ad esempio Mary J Blige o Alicia Keys.

Punto secondo: come marketer sono molto scettico circa l'operazione in corso.
E' importante che le persone sappiano differenziare fra il fruire di musica tramite concerti "puri" e il farlo sotto l'ombrello del branded entertainment come invece in questo contesto.
Nel primo caso abbiamo imprenditori del settore musica/eventi che devono organizzare la faccenda in termini di spesa/resa, scenario in cui 46 Euro avrebbero avuto ampia maniera d'essere giustificati; nel secondo caso, invece, abbiamo un'azienda che investe in un'iniziativa con lo scopo finale di fidelizzare l'utente al proprio marchio/prodotto

Cioè: il branded entertainment è solo un'altra sorta di evento pubblicitario: non nasce a scopo culturale né tanto meno benefico: nasce perché tramite una certa iniziativa si punta ad attrarre una nicchia di persone a cui far entrare in testa il marchio/prodotto.

In un panorama dove eventi di branded entertainment sono frequenti, di alto livello e spessissimo pure gratuiti (penso agli storici Tim Summer Tour, Adidas Streetball eccetera), non comprendo perché un colosso come la Ferrero, propietaria di Estathé, 25 mila dipendenti e € 8,4 MILIARDI di fatturato l'anno scorso (siamo appunto ai livelli di Adidas) debba cercare all'utente 46 Euro (mentre, notiamo, altri concerti in questo contesto costano attorno alla ventina, compresi i Club Dogo a 16,50).
Questa è una mossa doppiamente rischiosa:
  1. Perché il seguito di D'Angelo in Italia è fatto almeno per metà di persone per cui una tale cifra è significativa (oltretutto: suonerà a Roma e costerà meno). Perciò si rischia un duplice fallimento: A) che una fetta significativa del target non accorra; B) che i presenti si trovino ad avere una consumer experience meno gratificante, per causa dell'effetto psicologico che ad un concerto si verifica in caso la presenza sia sotto le aspettative. Con un artista che già per l'Italia è di super-nicchia, non è cosa da sottovalutare.
  2. Perché l'ultima cosa da fare in quest'anno di Expo era farsi percepire sulla linea di tutte le altre multinazionali che stanno sfruttando il momento a scopo di lucro dietro la facciata del "per la gente". Un colosso come l'azienda in questione avrebbe strategicamente potuto (o dovuto, a mia detta) differenziarsi ed evidenziarlo, con ROI e miglioramento di corporate reputation e brand equity certamente interessanti. In parole povere: più gente sarebbe stata grata all'azienda e più gente avrebbe conseguentemente scelto il tal tè anziché un altro al supermercato. 
Tornando a noi come persone.
Mi piacerebbe che si capisse il distinguo, poi ognuno faccia la sua scelta. E lo dico anche in veste di marketer, mentre forse dovrei tacere e osservare solo quanto sia possibile mungere (e quanto facilmente) dalle tasche del mercato italiano. Vi dico solo che difficilmente questo succederebbe altrove.
La gioia da fan di avere D'Angelo a Milano mi si è quindi spenta alla luce di considerazioni logistiche, tecniche e concettuali. Finisce che io non ci sarò, e che non mi sento certo di dire che Estathé ci stia offrendo né agevolando qualcosa. A 46 Euro si vuole batter cassa, questa la mia consumer perception. Che, come ogni marketer sa, giusta o non giusta è sempre il fattore fondamentale. Già che io stia scrivendo questo post indica la presenza di un problema di connessione col target desiderato.

Potrei espandere con altre osservazioni e altri paragoni (tipo con le politiche di prezzo di festival estivi indipendenti, dove con l'equivalente si vedono 2-3 big in una serata), ma mi fermo qui. Comunque sia auguro buon concerto a chi ci andrà e buona operazione alla Ferrero.
Vada come vada, io avrò da imparare dai risultati di questa manovra: forse che bisogna stare attenti a tirare la corda, o forse che si può tirarla ben più del previsto.
Ne farò tesoro.

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